La flebile linea tra demenziale riuscito e non
Ho visto “Zoolander”. Ora capisco perché chi l’ha visto me ne ha parlato.
“Zoolander” è un film demenziale del 2001, diretto dallo stesso Ben Stiller che ne è anche il protagonista. Il film è il precursore del successivo “Brüno” realizzato da Sacha Baron Cohen, e ovviamente del sequel “Zoolander No. 2”. Affermo che sia il precursore perché fin da subito pare ovvia l’ispirazione del postumo Brüno al personaggio di Derek Zoolander, sia per le movenze che per il modo di ragionare, nonostante poi Brüno sia comunque distinto da Zoolander per altre caratteristiche.
Derek Zoolander è il modello del momento, la figura che tutti gli stilisti del mondo agognano per la propria nuova collezione. Anzi, non proprio tutti: il colosso Mugatu sceglie Zoolander semplicemente per la realizzazione del proprio progetto, dato che gli serve un personaggio particolarmente semplice da manipolare e abbastanza stupido da non capirlo. Derek, dopo 3 premi consecutivi per il modello dell’anno, viene sconfitto da Hansel (interpretato da uno stupendo Owen Wilson) che rappresenta il nuovo volto della moda. In seguito alla tragica morte dei suoi amici più cari, Zoolander decide inizialmente di ritirarsi, ma dopo aver passato un giorno in miniera con il padre e i fratelli (che lo disprezzano) ritorna sui propri passi decidendo di accettare l’incarico di Mugatu, che prima del proprio progetto era l’unico stilista a non aver mai richiesto i suoi servigi, ma che adesso ha bisogno della stupidità del personaggio interpretato da Ben Stiller, per portare a termine il proprio piano. Mugatu (Will Ferrell) infatti, deve assassinare il primo ministro malese (per conto di tutti gli stilisti più famosi) perché sta cercando di sopprimere lo sfruttamento minorile in Malaysia, che per gli stilisti rappresenta una grande forma di risparmio nel settore tessile. Derek viene quindi sottoposto ad una ipnosi con obiettivo l’eliminazione del neoeletto primo ministro al momento della passerella per la collezione di Mugatu. Il protagonista sarà però intralciato dalla giornalista Matilda Jeffries (Christine Taylor), che in realtà tenta di aiutarlo, mentre indaga sullo sfruttamento del lavoro minorile malesiano.

Questa pellicola è davvero molto particolare e difficile da realizzare in realtà: un film come questo, se non riesce, rischia di rovinare l’immaginario relativo agli attori che ne hanno preso parte. Non è questo il caso di “Zoolander”: la sequenza demenziale di questa vicenda è studiata in modo corretto e funziona nel suo procedimento. Ritengo che da questa visione emerga maggiormente la bravura di Owen Wilson più che quella di Ben Stiller: a mio giudizio, l’attore biondo ha dimostrato migliori capacità rispetto al protagonista e mi ha divertito di più. “Zoolander” costituisce la rampa di lancio per Ben Stiller che in seguito realizzerà pellicole famosissime e di successo come “Una notte al museo”. Sarebbe bastato davvero poco per rendere questo film immondizia: non è semplice procedere nella realizzazione dei film demenziali perché in qualunque momento rischi di essere troppo pesante con una battuta, o passi dall’essere divertente a fuori luogo, o cadi nel trash (il trash quello davvero inguardabile, si intende). Ben Stiller riesce, nei panni di regista e protagonista, ad evitare che questo accada e crea un film demenziale ormai famosissimo e di ispirazione per il genere a venire.

